Diventare editori.

giugno 1, 2009 | Fare impresa

Scrittori emergenti che sperano di pubblicare il libro della vita, appassionati di letteratura, giovani (e meno giovani) che sognano di stampare quei titoli che non riescono a trovare nei cataloghi delle grandi case editrici. Il mondo dell’editoria ha, almeno dall’esterno, il fascino romantico fatto del profumo della carta appena stampata e della magia delle parole.The Latin Quarter, Paris, France

Sono quasi 3.000 le case editrici italiane, ma solo poco più di 1.000, secondo il censimento dell’Associazione italiana editori, hanno un piano editoriale e una presenza organizzata sul mercato. Nel 2008 i titoli “commercialmente vivi” nelle librerie erano 609.287, con un incremento del 4,9% rispetto al 2007. Un mondo di libri quindi, e una miriade di case editrici, per la maggior parte piccolissime e sconosciute ai più. Ma aprire una casa editrice che non fallisca nel giro di pochi mesi è affare serio. Servono soldi, una buona conoscenza del mercato, competenze specifiche, collaboratori seri e affidabili. Tutte cose che non si improvvisano, ma che vanno pianificate con cura. Vediamo quindi quali sono le tappe più importanti da affrontare.

Il piano editoriale

Che cosa vogliamo pubblicare? Narrativa, poesia, saggistica, fumetti, libri per bambini o tutto questo insieme? Quanti titoli all’anno? E con quali tirature? Per rispondere, oltre a immaginare la nostra casa editrice ideale, occorre conoscere il mercato, studiare i concorrenti e individuare una nicchia che ci consenta di vendere i nostri libri. Per chi è alle prime armi è consigliabile frequentare un corso mirato all’apertura di una casa editrice. Di corsi ce ne sono diversi, spesso organizzati dalle case editrici. Anche l’Associazione italiana editori (www.aie.it) organizza corsi per aspiranti editori (L’elenco aggiornato dei corsi è www.aie.it/SopraLeftMenu/LeftMenu/Corsi.asp e rappresenta un punto di riferimento anche per avere maggiori informazioni sui passaggi successivi.

Le procedure amministrative

La seconda cosa da fare è individuare il tipo di società che fa per noi: ditta individuale, cooperativa, società per azioni o a responsabilità limitata. Non esiste una forma societaria ideale, ma occorre saper individuare quella più adatta ai nostri scopi. Per far questo bisogna prima definire il piano editoriale e farsi consigliare da un professionista, sentendone anche più d’uno, in modo da raccogliere diversi pareri e valutare al meglio. Trovare un buon commercialista di fiducia, che si occuperà anche della parte fiscale della società, è la tappa successiva.

bottaro2Dopo aver creato la società occorre recarsi in Prefettura e iscriversi nel Registro degli Editori e Stampatori. Il passo seguente è la Camera di commercio a cui bisogna comunicare l’avvio della nuova attività: la quota annuale è intorno ai 100 euro. I tempi per ottenere le iscrizioni possono essere lunghi, ma una volta presentate le domande, è possibile cominciare a lavorare grazie ai numeri di protocollo delle domande d’iscrizione presentate.

Ora che la casa editrice esiste si comincia a entrare nel vivo, ma le cose da fare sono ancora tante.

La distribuzione

Tocchiamo subito una nota dolente, ma dalla quale dipenderà la riuscita o meno del nostro progetto. La distribuzione nazionale per un editore appena nato è praticamente irraggiungibile. Ci si affiderà ad un distributore regionale. Occorre cercare i distributori, sceglierne uno e firmare il contratto (che prevede che al distributore andrà una percentuale tra il 40 %e il 55% del prezzo di copertina del libro) e affidarsi a lui. Solo le grandi case editrici, infatti, posso contare su una propria rete di promozione e distribuzione. I medi, e soprattutto i piccoli, devono per forza affidarsi a un’agenzia. L’editore Giulio Mozzi, tempo fa, sul suo bollettino Vibrisse ha scritto un interessante intervento sul tema della distribuzione, che potete leggere www.vibrissebollettino.net/archives/2005/10/piccoli_editori.html Alcuni piccoli editori preferiscono crearsi una propria rete di poche, fedeli librerie con cui lavorano direttamente ed il resto della copertura la fanno tramite internet. A proposito di internet: per distribuire tramite i negozi online (e non solo per quello) è indispensabile il codice ISBN (www.isbn.it). L’ International Standard Book Number (Isbn) è la carta d’identità di un libro, e lo identifica a livello internazionale in modo univoco e duraturo. L’Aie spiega che l’Isbn serve a “evadere velocemente e efficacemente gli ordini; gestire meglio le rese librarie; compilare e aggiornare le directory di settore e di banche dati bibliografiche, quali ad esempio il Catalogo dei libri in commercio; evitare lunghe descrizioni bibliografiche nell’inventariazione dei volumi sia nei magazzini editoriali, sia nelle librerie”. I codici Isbn si acquistano a blocchi, sul sito www.isbn.it, gestito dall’Aie. Per ottenerli ci vogliono 15-20 giorni.

La tipografia

Scelta altrettanto importante è quella della tipografia. Digitale o offset, a seconda delle esigenze, che riguardano le tirature, la qualità di stampa che si vuole ottenere, il tipo di prodotto. Quella della tipografia è una scelta che va fatta con cura, perché il rapporto con tipografo è fondamentale. Occorrerà mettersi d’accordo su parecchie cose che influiranno sul prezzo: il tipo di prodotto che verrà fornito al tipografo sarà già pronto per la stampa o no? In che supporto sarà fornito? In quanto tempo volete ottenere il prodotto? Su quale carta? Nella scelta, occorre anche tener presente che una tipografia vicina alla sede della nostra azienda, ci consentirà di verificare rapidamente e di persona le prove di stampa.

I collaboratori indispensabili

Infine occorre scegliere le persone che parteciperanno alla nostra impresa. Una casa editrice, infatti, è fatta da tante figure professionali che hanno competenze specifiche e dalle quali non si può prescindere. Tuttalpiù, almeno in astratto, si possono cercare collaboratori che coprano più di un ruolo. Vediamo quali sono queste figure. Il grafico, anzitutto, che si occuperà delle copertine, delle bruchures e, talvolta, delle illustrazioni. Poi serve un impaginatore, ma spesso i grafici sono in grado di ricoprire entrambi i ruoli. Il direttore editoriale, che cura la produzione vera e propria, così come i rapporti con distributore e tipografia. Questo ruolo, in una piccola casa editrice, è spesso ricoperto dall’editore stesso. Servirà poi almeno un correttore di bozze, per l’editing dei testi, e diversi (più sono meglio è) lettori che aiutano l’editore nella selezione dei volumi da pubblicare. Visto che un sito web è ormai indispensabile per una casa editrice servirà un web master per realizzarlo, e un redattore (magari lo stesso correttore di bozze) che si occupi dell’aggiornamento dei contenuti. Per la promozione dei libri e delle iniziative correlate è praticamente indispensabile un responsabile del marketing, così come una segretaria per rispondere alle chiamate , fissare gli appuntamenti, curare i rapporti con i fornitori. Infine un contabile, per tenere i conti in ordine. Molto spesso sarà lo stesso segretario di redazione a occuparsi anche della contabilità.

E non è ancora finita. Prima di partire con la nostra produzione e dare inizio all’avventura, ci vorrà una sede, almeno due-tre computer di cui uno abbastanza potente per impaginare i testi, una stampante, un fax e un telefono per fissare gli appuntamenti e tenere i contatti. Costi fissi che, insieme a quelli per il personale, quelli per la tipografia e quelli per la distribuzione, all’inizio sarà difficile ammortizzare. Senza dimenticare gli autori, a cui va riconosciuto un diritto d’autore compreso tra il 4 e il 10% , ma che spesso non ricevono nulla o, addirittura “pagano” per pubblicare, acquistando in anticipo una grossa parte dei libri che verranno pubblicati, coprendo di fatto le spese di pubblicazione e, talvolta, anche l’utile dell’editore.

Per capire un po’ più da vicino come funziona una piccola casa editrice, abbiamo intervistato Mario Bottaro.

Giornalista, ex vicedirettore del Secolo XIX, nonché docente di Giornalismo presso l’Università di Genova, Bottaro nel 2000 ha dato vita, insieme a un gruppo di giovani collaboratori, alla casa editrice www.e-redazione.it

– Come è nata l’idea Redazione e che cosa ti ha spinto a metterti in proprio?
Dopo quasi trent’anni di attività giornalistica al Secolo XIX di Genova, come cronista, inviato, capocronista, caporedattore centrale e infine come vicedirettore, mi sono chiesto se credevo ancora in quella professione così come viene fatta oggi: giornalismo spesso succube delle fonti, eccesso di “travaglismo”, sensazionalismo, ricerca solo dell’eccezionalità negativa: Mi sono chiesto se i giornali sono oggi davvero specchio della società. E ho deciso di dimettermi e di provare a realizzare un’azienda di nuovo tipo, dove la comunicazione e l’informazione si basassero sulla professionalità, quella professionalità che provo da quasi quattordici anni a insegnare ai ragazzi dell’Università e che non sempre trovo nel lavoro quotidiano di coloro che si autodefiniscono professionisti.
– Come ci si inserisce in un mercato direi piuttosto saturo? Quali sono le scelte editoriali che hai fatto?
Inizialmente abbiamo provato a lavorare soprattutto sul mercato online. Poi la sirena della carta ha suonato lungamente e abbiamo provato, e stiamo ancora provando, a realizzare oltre a newsletter e a consulenza per la comunicazione strategica, anche periodici e libri. Come periodici (ma anche per i libri) abbiamo scelto settori di nicchia: per esempio lo sport e l’economia e ultimamente la sanità. Settori dove raccontare pezzi di società spesso dimenticati dalla stampa tradizionale. Un esempio: nello sport il giornalismo privilegia il divismo e lo spettacolo, noi cerchiamo di interessarci al mondo di chi sta attorno, del pubblico. L’economia: tutti parlano di mondo globalizzato e noi riteniamo si possa trattare una realtà regionale, metropolitana, raccontandola nelle sue eccellenze, nei suoi personaggi, nelle sue imprese che operano in silenzio. Un modo di scoprire quel 90% di piccole imprese totalmente ignorate dai media e dalla politica. la salute: la parola d’ordine sulla stampa è “malasanità”, noi cerchiamo quello che funziona bene e di cui non si parla mai.
– Per chi comincia da zero i soldi sono il primo problema. Come hai fatto?
Cercando di realizzare prodotti che si autofinanziassero o che si coprissero a breve, non esagerando con gli investimenti e quindi inizialmente facendo poche cose, personalmente rinunciando per due anni a guadagnare qualcosa, ma pagando sempre tutti coloro che lavoravano con me.
– Quali sono le difficoltà maggiori per una piccola casa editrice?
Chi decide di fare l’editore deve essere matto. L’editoria, la piccola editoria, è strangolata da una filiera della distribuzione pesante e monopolistica, dai costi di spedizione, dalla pubblicità che se non c’è ti uccide e dalla forza degli imperi editoriali. Devi provare a ritagliarti uno spazio sapendo che puoi investire solo fino a un certo punto per non andare a bagno: i ritorni sono lenti e imprevedibili, le percentuali dei distributori elevate: Tu stampi e solo dopo qualche mese sai più o meno come sta andando.
– Mi puoi fare un quadro dei costi che, all’incirca, bisogna sostenere per ogni pubblicazione? Quanto percentualmente va al distributore, quanto all’autore, quanto alla tipografia ecc…?
Parlando di periodici, la stampa è carissima, soprattutto se vuoi fare un prodotto dignitoso anche esteticamente. Sarebbe necessaria una pubblicità che copra, come accade ormai normalmente, almeno il 70-80% dei costi. E non è sempre facile, soprattutto in tempi di crisi: in Italia gli investimenti globali per la pubblicità sono diminuiti quest’anno di oltre il 60%. Poi paghi i collaboratori: esistono delle tariffe indicate dall’Ordine dei giornalisti che tengono conto di area di diffusione e numero delle copie. Il distributore mediamente trattiene il 40-45% sul venduto quando non chiede anche un fee fisso. Per i libri è ancora più complicato: tipografia, grafica, editing che è un mestiere serio e un lavoro lungo che qualifica la casa editrice. All’autore va attorno all’8-10% del costo di copertina del venduto. Ma le piccole case editrici – noi siamo un po’ un’eccezione – in genere non danno nulla agli autori. Un nostro autore aveva scritto e pubblicato con altri una decina di libri in passato: Noi siamo stati i primi a riconoscergli il diritto d’autore. Occorre anche tenere conto che parecchi piccoli editori spesso pubblicano molto perché fanno in realtà i broker: tu vai da loro, ti dicono che se ti compri 300 o 400 copie del tuo libro te lo stampano. E poi tutti cercano una fettina del mercato sponsorizzato, soprattutto pubblico.

Per quanto riguarda la pubblicizzazione, quanto conta il web per farsi conoscere?
Conta molto perché esistono molte librerie virtuali molto professionali. Un piccolo editore viene schifato dai grandi distributori tradizionali e il mondo web è una grande risorsa.

Quali competenze servono per cominciare? E’ utile frequentare corsi mirati?
Sono convinto che gli stage in azienda siano spesso più utili dei corsi mirati. E questo anche per il giornalismo, anche se i corsi universitari oggi preparano almeno teoricamente e danno le basi. Che però poi vanno sperimentate nelle aziende.- Quali sono i collaboratori indispensabili di un editore, e come li hai scelti?
Qualcuno che si occupi dell’amministrazione e della riscossione crediti, qualcuno che applichi un codice di scrittura che caratterizzi la professionalità della casa editrice, autori intelligenti, curiosi e umili, un tipografo di cui fidarsi, un grafico o alcuni grafici di qualità con i quali si stabilisca una grande sintonia.

– Tu pubblichi anche una rivista mensile di economia. Ma i giornali non sono in crisi? Pensi che un giorno abbandonerai la carta per puntare solo sul web?
Non sono sicuro che il web distruggerà la carta stampata. Secondo me si tratta di mezzi, di strumenti molto diversi. Semmai è la tv, purtroppo, che uccide la lettura: uno crede di informarsi e invece ha solo delle etichette di temi da mettere in agenda. Credo che soprattutto nei mercati di nicchia i giornali e i periodici continueranno a vivere e a interessare il pubblico. L’importante è che siano fatti bene, cioè professionalmente, che non vendano i contenuti con la scusa dei bilanci, che cerchino non dico l’inesistente obiettività ma applichino l’onestà e la correttezza nel sentire le fonti e lavorare pensando al proprio lettore e non ai vari poteri.

Katia Bonchi

Fonti delle immagini: http://www.freefoto.com/images/1351/06/1351_06_53_prev.jpg; Redazione srl

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