Aprire un’impresa : avviare un asilo nido

luglio 6, 2009 | Articoli raccomandati, Fare impresa

Aprire un asilo nido

Conciliare lavoro e famiglia per le donne non è mai facile, e ancor più difficile è reinserirsi nel mercato del lavoro dopo aver messo al mondo dei figli, anche a causa della carenza di servizi destinati alla prima infanzia. Secondo l’Istat nel 2004 solo l’11,4% dei bambini tra 0 e 3 anni hanno fruito del servizio di asilo nido, con forti differenze tra Nord e Sud del Paese (si va dal 27,1% dell’Emilia-Romagna all’1,7% della Campania), e comunque ben lontani dagli obiettivi fissati dal Consiglio europeo di Lisbona che prevede di raggiungere entro il 2010 il 33%. Anche per questa carenza l’idea di aprire un asilo nido privato può essere una buona opportunità di business, oltre che un servizio molto utile per le famiglie.

Ma che cosa serve per aprire un nido privato? Una grande passione per i bambini anzitutto, ma anche locali adatti, una formazione specifica e un investimento iniziale (locali ,arredi, autorizzazioni, personale) dimensionato al tipo di attività che si vuole iniziare. Si può scegliere di mettersi in proprio da soli o dar vita a una cooperativa, oppure optare per la formula del franchising, che accompagna le aspiranti imprenditrici passo passo dal piano di fattibilità all’apertura del nido. Vediamo quali sono le tappe da percorrere.

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I locali

Ogni Regione ha la propria normativa in merito. Per conoscerla occorre rivolgersi agli assessorati regionali alle politiche per la famiglia. In generale, però i locali dovranno avere i requisiti di abitabilità e ottenere l’autorizzazione igienico-sanitaria dalla propria Asl. Occorre poi una superficie minima (almeno 10 mq) per ogni bambino, una cucina abitabile, spazi per il riposo e adeguati servizi igienici. Oltre all’affitto e all’adeguamento dei locali occorre prevedere un investimento per gli arredi, i giochi e le protezioni.

La disposizione degli spazi varia a seconda del tipo di nido che si vuole aprire. A Milano, per esempio, (escludendo i nidi aziendali, cioè quelli realizzati all’interno dei luoghi di lavoro) esistono 3 tipologie di nidi: i nidi-famiglia, gestiti da associazioni di famiglie senza scopo di lucro, che possono ospitare fino a 5 bambini e non richiedono autorizzazioni al funzionamento se non la dichiarazione di inizio attività; i micronidi, che possono ospitare fino a 10 bambini e i nidi, che ne accolgono da 11 a 60. Per ogni tipologia ci sono standard strutturali da rispettare e, in tutti i casi, è previsto l’utilizzo di personale educativo qualificato. Leggermente diverso il caso degli “spazi bambini” o baby parking, che non prevedono il riposo né il servizio mensa e, di conseguenza, richiedono minori spazi e minori investimenti. Anche in questo caso, per conoscere le autorizzazioni e i requisiti necessari, è indispensabile rivolgersi ai servizi educativi della propria Regione.

I costi

Oltre a tutti i costi relativi all’adeguamento dei locali e agli arredi destinati ai bambini, vanno considerati i costi per allestire la cucina o lo spazio office, la segreteria, gli armadi per il personale, quelli per acquistare il materiale didattico e quelli per la pulizia della sede. Altri costi riguardano l’allacciamento delle utenze, i costi per lo studio tecnico relativo al progetto di ristrutturazione, quelli per l’istituzione delle pratiche presso il Comune e l’Asl, quelli per il rilascio delle certificazioni di conformità degli impianti.

Accanto a questi costi di investimento, fra i quali bisogna considerare anche le spese per la promozione dell’attività (insegne, locandine, acquisto di spazi pubblicitari ecc…), occorre affiancare poi i costi di gestione, che saranno in parte fissi (cioè indipendenti dal numero di bambini iscritti) e in parte variabili.

Fra i costi fissi vanno considerati l’affitto della sede, le utenze, la tenuta della contabilità, le assicurazioni, eventuali rate di prestiti o mutui, la manutenzione ordinaria dei locali e le tasse. Sono da considerare costi variabili i costi relativi al personale, l’acquisto dei materiali di consumo per l’attività didattica, per il funzionamento della struttura e per la mensa.

La formazione

Anche in questo caso occorre far riferimento alla normativa regionale. In molte Regioni, come Liguria, Emilia Romagna e Toscana, per la gestione del nido occorre essere in possesso di un diploma magistrale o di una laurea a indirizzo pedagogico. In altre, ad esempio in Lombardia, è sufficiente seguire un apposito corso di formazione professionale.

In generale, i titoli di studio richiesti sono: maturità liceo socio-psico-pedagogico o maturità magistrale, tecnico dei servizi sociali, operatore dei servizi sociali, assistente di comunità infantile, maestra di asilo, dirigente di comunità infantile, un titolo universitario pedagogico o
un master per la formazione della prima infanzia. In tutti i casi in cui non si possiedano i requisiti richiesti, si potrà essere “titolari” della struttura, ma per il suo funzionamento occorrerà assumere personale qualificato.

L’accreditamento e il convenzionamento con i Comuni

Un nido a gestione privata che abbia ottenuto l’autorizzazione all’apertura e al funzionamento può richiedere di essere accreditato presso il Comune in cui opera. L’accreditamento (che prevede il rispetto di determinati standard di qualità, oltre ai requisiti necessari per l’avvio dell’attività) permette alla nuova struttura di essere inserita in un elenco di servizi per la prima infanzia che garantiscono livelli qualità equiparabili a quelli dei nidi comunali. Si tratta di una sorta di “certificazione di qualità”, che è condizione necessaria per la stipula di eventuali convenzioni con l’amministrazione comunale. La stipula di una convenzione, in pratica, fa sì che il Comune versi al nido privato un contributo finanziario per ogni bambino accettato proveniente dalla lista d’attesa dei nidi comunali. Tale contributo andrà ad integrare la tariffa pagata dalla famiglia del bambino (corrispondente a quella dei nidi comunali).

Un nido in franchising

Per chi vuole aprire un nido ma non se la sente di fare tutto da sola, una buona soluzione è quella di aprirlo in franchising. Affiliarsi, infatti, è un modo per ridurre i rischi e abbattere i costi di gestione. Ma non solo. In un settore dove la concorrenza non manca (basti pensare che a Milano le strutture private sono 150, frequentate da circa 6 mila bambini), il “marchio” rappresenta una garanzia di qualità per le famiglie. Solo per fare qualche nome, realtà come Happy Child o Baby World sono marchi consolidati su buona parte del territorio nazionale. O, ancora, Doremi Baby, che ha affiliati in tutta la Lombardia e propone un progetto educativo per la prima infanzia incentrato sull’apprendimento musicale e sul bilinguismo.

In generale, l’affiliazione prevede il versamento di un fee d’ingresso (le cifre variano ma siamo comunque intorno ai 10-15 mila euro) più royalties e, in qualche caso, spese per gli arredi (ma non tutti i contratti le impongono). In cambio, il franchisor, oltre al marchio e alla pubblicità, si occuperà di ricercare per l’affiliato l’immobile adatto, di realizzare lo studio di fattibilità e di contattare gli enti per ottenere tutte le autorizzazioni necessarie.

Tagesmutter

Ovvero mamma di giorno. Sul modello di quanto già avviene nei Paesi nordici, anche in Italia si sta diffondendo questa nuova figura professionale che consente alle donne di conciliare l’essere mamme con un’attività lavorativa, accudendo i propri figli e quelli degli altri. In pratica la tagesmutter, dopo un corso di formazione (nella maggior parte dei casi gratuito) e grazie all’appoggio di un ente no profit può utilizzare la propria abitazione, opportunamente adeguata per rispettare le norme igienico-sanitarie stabilite dal proprio Comune, come sede della propria attività lavorativa.

Una delle prime esperienze in questo senso è la Cooperativa Tagesmutter – IL Sorriso del Trentino, nata nel 1999 con 46 socie fondatrici accomunate dalla difficoltà oggettiva di conciliare scelte lavorative ed esigenze familiari. Attualmente la Cooperativa ha 180 socie, delle quali 110 lavoratrici. Un’equipe di esperti garantisce aggiornamento e formazione continua alle socie lavoratrici ed ai genitori che usufruiscono del servizio. La tagesmutter può accogliere nel proprio domicilio o in altro luogo adeguato bambini di età compresa tra 0 e 3 anni, per un massimo di 6 bambini alla volta.

L’esperienza si sta diffondendo anche in tutta Italia. Ecco qualche altro indirizzo: Milano, cooperativa La Casa, Torino, cooperativa Casa Bimbo, Roma, Cooperativa Santi Pietro e Paolo.

I finanziamenti

Oltre i finanziamenti privati (da richiedere per esempio alle banche), esistono diverse opportunità di finanziamenti pubblici, ovvero contributi a fondo perduto o finanziamenti a tasso agevolato erogati dallo Stato, dalle Regioni o dal Fondo sociale europeo. A livello nazionale, per esempio, l’imprenditoria femminile usufruisce delle agevolazioni previste dalla legge 215/1992, che prevede contributi per il 50% a fondo perduto e per il restante 50% a tasso agevolato.

Le agevolazioni specifiche per la creazione di servizi destinati alla prima infanzia sono di competenza regionale. E’ possibile visualizzare i bandi aperti direttamente sui siti web della Regione di competenza, o chiedere informazioni agli assessorati alle politiche della famiglia.

Per saperne di più

Come già detto, le informazioni tecniche relative a requisiti, autorizzazioni e finanziamenti vanno richieste alla Regione e al Comune nel quale intendiamo avviare la nostra attività. Per chi abita in Veneto, la Regione ha messo a disposizione un manuale completo dedicato alla realizzazione di un servizio dedicato alla prima infanzia. Il manuale è scaricabile qui

Il Cumune di Roma fornisce le linee guida per aprire un nido privato e illustra le procedure necessarie per ottenere l’accreditamento.

Informazioni dettagliate e riferimenti normativi sono disponibili anche sul sito del Comune di Milano.

Katia Bonchi

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