Quando non conviene aprire un’attività

settembre 16, 2012 | Redazionale

Gli oneri, il redditometro ed altro..

Buon lunedì,

da un po’ di tempo, in Italia si è rafforzata la caccia all’evasore, cioè, a colui che non paga le tasse e che evade in qualche maniera il fisco.

Effettivamente, l’evasione in Italia è mediamente alta, superiore in termini percentuali alla maggior parte dei paesi europei.

Poi, andando anche a vedere nello specifico questo fenomeno, scopriamo che tende ad annidarsi in misura maggiore in particolari settori produttivi ed in alcune aree del territorio nazionale.

L’elevata pressione fiscale poi, non favorisce certo questo problema.

Contemporaneamente, sono sempre di più quelle attività marginali che arrivano a stento alla soglia minima che gli studi di settore assegnano a quel determinato comparto per potersi considerare dei ‘buoni contribuenti’ ed evitare sanzioni e ricalcoli.

Accade così che in maniera silenziosa, alcune migliaia di attività ‘regolari’, stanno spostandosi verso ‘l’oblio’, cioè, stanno cancellandosi da attività regolarmente attive e cominciano ad operare solo come attività ‘in nero’, cioè completamente sconosciute alla legge e naturalmente, anche agli uffici fiscali.

 

Che cosa sta accadendo?

Quando la redditività di un’attività scende sotto una certa soglia, ci sono solo due possibilità :

  • chiudere l’attività;

  • cercare di tener aperta l’attività con l’obiettivo di recuperare in futuro ed aumentare gli incassi, sperando di far passare il momento difficile;

Nel primo caso, l’impresa chiude e smette ogni attività.

Nel secondo caso, l’imprenditore ed il professionista coraggioso (o disperato), cercano di ‘rilanciare’, provando a resistere alla situazione negativa ed impegnandosi maggiormente.

E’ sempre possibile tenere aperto?

No!

Ci sono situazioni in cui se non si raggiungono dei livelli minimi di utile di esercizio e si rimane al di sotto degli studi di settore, non si può al lato pratico mantenere aperta l’attività.

Gli stessi commercialisti, invitano a chiudere le imprese non congrue agli studi di settore anche se non sono in perdita ed hanno tutti conti in ordine.

Un’incongruenza che obbliga così molti imprenditori e professionisti a chiudere l’attività e per alcuni di questi soggetti, si apre la strada della disoccupazione, del lavoro nero, ecc..

Siamo in una crisi veramente difficile ed alcuni studi accreditati, indicano per il 2012 un calo del pil nazionale di oltre il 2,5% e per il 2013 una risultato comunque negativo.

Di fronte a situazioni simili, non è forse meglio andare incontro alle esigenze di chi è temporaneamente in difficoltà, piuttosto che obbligare alla chiusura a ‘prescindere’?

Forse, un po’ più di elasticità mentale, aiuterebbe l’economia nel suo complesso ed anche quelle numerose persone che vivono la crisi direttamente e senza dubbio renderebbe più umano il rapporto fra Pubblica Amministrazione e cittadini.

Buon lavoro.

Andrea Figoli

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