Conviene delocalizzare?

maggio 6, 2014 | Fare impresa

In questi giorni, è apparsa sui media la notizia con cui si annuncia il rientro della produzione in Italia di un importante gruppo industriale specializzato nella fabbricazione di divani.

Accade cioè che dopo anni di delocalizzazioni e fughe verso l’Est Europa ed altre mete, alcune imprese, decidano di rientrare a produrre in Italia.

Perché?

Davvero non conviene più delocalizzare? E’ veramente finito il periodo dello spostamento di imprese in altre nazioni?

Il tema della delocalizzazione e del trasferimento all’estero di intere produzioni (industriali, di servizi, ecc.), con il rischio di una ‘desertificazione’ industriale del Paese, è stato l’oggetto di numerosi analisi e discussioni per vari anni, nel corso dei quali, moltissimi imprenditori hanno preso la strada per ‘l’estero’ senza fare più ritorno.

Conviene delocalizzare? I cambiamenti in corso.

Per capire un po meglio il fenomeno ed anche quello che è accaduto (e che in questo momento sta avvenendo in tante nazioni), forse, è meglio ‘distaccarsi’ dal presente ed osservare le dinamiche che sono intercorse in questi anni sino ad ora.

Qualche anno fa, il differenziale di costo di produzione fra l’Italia e la Romania o fra l’Italia e la Cina oppure l’India(giusto per fare qualche esempio concreto), era veramente notevole e consentiva ad un imprenditore di ottenere enormi risparmi sulla produzione di beni e servizi semplicemente spostando oltre confine la sede della produzione.

Per alcune competenze professionali poi, c’erano delle differenze di salario anche di 20 volte fra un lavoratore ricoprente la medesima mansione!

Oggi, le cose sono profondamente cambiate.

Un ingegnere indiano, un tecnico specializzato panamense, ecc., guadagnano poco meno (a volte si eguagliano) rispetto ad un collega italiano.

Tutto questo ‘recupero’, è avvenuto nell’ambito spesso di un ventennio, talvolta anche meno.

Addirittura, per alcuni mansioni, in Brasile ed in altri paesi emergenti, si sta assistendo al superamento (rispetto all’Italia e Spagna, giusto per fare un esempio concreto) del livello retributivo reale offerto al lavoratore.

Quindi, da una parte siamo dinanzi ad una crescita forte dei costi di produzioni avvenuti nella maggior parte dei paesi emergenti che si sono accompagnati anche all’introduzione di una serie di normative più severe in materia ambientale e dei diritti dei lavori.

In seconda battuta, nei paesi di vecchia industrializzazione, si è assistito (in molti casi) ad una serie di ‘compressioni’ dei salari, all’erogazione di numerosi incentivi (anche e sopratutto finanziari e fiscali) messi in campo da regioni, città ed amministrazioni locali, con l’obiettivo di attirare nuovi investitori e ‘scongiurare’ la fuga di altre imprese.

Anche la manodopera (specializzata e non) per non dire degli stessi sindacati presenti all’interno dei vecchi paesi industrializzati, a causa dell’aumento della disoccupazione e delle problematiche sociali conseguenti (disoccupazione e precariato, restrizione delle erogazioni a favore delle fasce più deboli della popolazione, ecc.), oggi, sono sempre più disponibili ad essere ‘flessibili’ di fronte alla necessità di accettare delle condizioni che appaiono sempre meno favorevoli rispetto al passato per ciò che concerne il posto di lavoro.

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Quando conviene delocalizzare. Dove trasferire un’impresa.

E’ chiaro quindi che spostare attualmente delle produzioni in altri paesi, diventa sempre meno conveniente rispetto agli anni passati!

Si potrebbe fare una mappa dei paesi in cui potenzialmente conviene ancora delocalizzare per risparmiare sui costi della manodopera o (sopratutto), sia possibile trovare condizioni fiscali migliori.

Questa cartina, avrebbe differenti colori in base alle caratteristiche e peculiarità offerte dai vari paesi, ecc. e comunque, si tratterebbe di una mappa in continuo cambiamento.

In futuro infatti, il differenziale fra vecchi paesi industrializzati e cosiddetti ‘paesi emergenti’ tenderà a ridursi sempre di più e quindi, il fattore delocalizzazione non guarderà in maniera prioritaria al costo del lavoro (come accadeva invece in passato).

Infatti, altri fattori di ‘richiamo’ potrebbero essere rappresentati da :

i nuovi mercati(e quindi il vantaggio di ‘essere’ sul posto a produrre), il livello di pressione fiscale presente nei nuovi paesi, la possibilità di trovare dei partner finanziari e tecnologici in loco, la presenza di minor burocrazia e corruzione, il credito alle imprese, ecc..

Ci dobbiamo quindi aspettare una serie di cambiamenti a carattere ‘globale’ che in maniera rapida si diffonderanno e ‘rimescoleranno ancora una volta le carte.’

 

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