Vale la pena?

gennaio 13, 2015 | Fare impresa

Siamo arrivati alla terza parte di questo argomento e che si focalizza su quelle imprese che ad un certo punto ‘perdono’ il loro titolare (o i soci) ed i dipendenti, si trovano dinanzi alla possibilità di valutare un ‘subentro’, non più solo come semplici collaboratori, bensì, come soci, cioè, diventare i soci lavoratori dell’impresa.

Non è un ‘processo’ semplice, né tantomeno standard.

In questa azione, concorrono una serie di fattori e tempistiche non sempre prevedibili.

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Vale la pena? Prendere in mano un’azienda.

Nelle due puntate precedenti, ci siamo soffermati su di una serie di punti che i lavoratori ed aspiranti ‘padroni’ devono valutare prima di fare la scelta.

Mettiamo ora in evidenzia due aspetti importanti :

trovare il capitale necessario per rimettere sul mercato l’azienda;

verificare la presenza di una ‘squadra’ compatta.

Comprarsi l’azienda. Trovare i soldi.

Trovare i soldi per ‘comprare’ l’impresa, a volte, non è neanche il problema principale.

Il punto più difficile, è quello di trovare i capitali per riavviare il business a tutti gli effetti.

Infatti, in molti casi l’impresa è fallita o sul punto di farlo ed i dipendenti in qualità di creditori privilegiati possono accordarsi con il curatore fallimentare per prendere in mano l’attività, riuscendo così ad offrire (con un’azienda attiva) qualche garanzia di ‘recupero’ del dovuto ai vari e spesso numerosi creditori.

Il denaro invece, serve per garantire ‘ossigeno’ all’attività aziendale, in particolare, per i primissimi mesi che sono quelli più critici e nei quali l’impresa dovrà rimettersi in moto, pagare gli stipendi, rilanciare il suo progetto di business ed in molti casi, riorganizzarsi sia al suo interno che nei confronti del mercato.

Comprarsi l’azienda. La compattezza della squadra.

Se nel corso della puntata scorsa abbiamo sottolineato l’importanza della leadership, cioè, di chi dovrà gestire e direzionare la ‘nuova impresa’, in questo post, ci soffermiamo su quanto pesi il valore della ‘squadra’, ossia, il riuscire a ‘compattare’ un gruppo di operai ed impiegati e renderli consapevoli del loro nuovo ruolo.

Questo, può apparire un concetto secondario ma nella realtà, costituisce un aspetto basilare del successo dell’operazione.

Il rischio di attriti, di gelosie, di aspettative non corrisposte, ecc., può provocare gravi e seri problemi al futuro del progetto.

Il passaggio aziendale. Gli esempi concreti.

Fare impresa non è facile e non basta solo l’entusiasmo.

Rimettere ‘in carreggiata’ un’azienda che da tempo era ‘uscita’ dai binari’ richiede capacità, impegno, fortuna e talvolta, anche l’aiuto di professionalità esterne.

Non è detto infatti che i soli dipendenti possano avere le competenze per portare avanti un progetto simile.

A volte, è necessario anche un aiuto esterno in termini di competenze.

Imprenditori che lasciano l’impresa ai dipendenti. Quando il passaggio è gestito in maniera non traumatica.

Fortunatamente, non sempre i ‘passaggi’ di gestione avvengono in maniera traumatica.

Alcuni titolari di aziende infatti, non trovando acquirenti disposti a pagare le cifre richieste, hanno preferito trovare un accordo con i dipendenti stessi, cedendo loro l’attività mediante un pagamento, seppur diluito nel tempo.

In questo caso, non si tratta di imprese decotte o di business alla ‘frutta’ ma di imprese dove il titolare per ragioni di età o salute, lascia la guida e la proprietà ad altri dell’azienda.

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